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Rasoulof accusa il regime iraniano: Panahi condannato a cinque anni di carcere

Mohammad Rasoulof al Tokyo Film Festival cita la condanna di Jafar Panahi a cinque anni di carcere come prova della repressione del cinema iraniano.

4 Novembre 2026 13:05

Al Tokyo International Film Festival 2026, il momento della premiazione con il Kurosawa Akira Award si è trasformato in un atto di denuncia politica. Mohammad Rasoulof, il regista iraniano in esilio, ha usato il palco per ricordare al mondo una notizia arrivata pochi giorni prima: Jafar Panahi è stato condannato a una nuova pena detentiva, ulteriore prova, secondo Rasoulof, che la repressione del cinema iraniano non si è mai fermata.

Il premio a Tokyo e le parole su Mohammad Rasoulof e Jafar Panahi

Rasoulof e O Mipo hanno ricevuto insieme il Kurosawa Akira Award, uno dei riconoscimenti più significativi che il festival giapponese assegna a figure che incarnano l’impegno civile e artistico nel cinema. Ma il discorso di Rasoulof ha immediatamente spostato l’attenzione dal palco di Tokyo alla cella di un tribunale di Teheran.

Il regista ha citato esplicitamente la nuova condanna di Jafar Panahi come dimostrazione concreta che il cinema iraniano continua a essere perseguitato dalle autorità della Repubblica Islamica. Non un riferimento generico alla situazione nel paese, ma un caso preciso, con una data e una sentenza.

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La nuova condanna di Panahi: cinque anni e un mese, più la confisca dei beni

Il 28 ottobre 2026, un tribunale di Teheran ha emesso una nuova sentenza nei confronti di Jafar Panahi: cinque anni e un mese di carcere. Non è tutto. Lo stesso tribunale ha ordinato la confisca dei beni mobili e immobili del regista, una misura che va ben oltre la detenzione e colpisce il patrimonio personale e professionale di un cineasta che ha dedicato la vita al racconto dell’Iran contemporaneo.

Panahi ha 66 anni. La sua storia con la giustizia iraniana è lunga e documentata, fatta di arresti, divieti di espatrio, condanne già scontate o sospese. Questa nuova sentenza arriva in un momento particolarmente delicato: il regista era rientrato in Iran all’inizio del 2026, dopo l’avvio degli attacchi statunitensi e israeliani contro la Repubblica Islamica. Un ritorno che, alla luce di quanto accaduto il 28 ottobre, si è rivelato fatale per la sua libertà.

Un cinema sotto assedio: il contesto della repressione iraniana

La vicenda di Jafar Panahi non è isolata. Il caso di Mohammad Rasoulof e Panahi rappresenta la punta più visibile di un sistema di controllo che le autorità iraniane esercitano da decenni sul mondo del cinema. Rasoulof stesso conosce bene questa realtà: ha vissuto in prima persona il peso delle restrizioni, dei divieti, delle sentenze. Il fatto che oggi si trovi a ricevere premi internazionali mentre Panahi affronta una nuova condanna racconta, meglio di qualsiasi analisi, la biforcazione tragica che il cinema iraniano ha subito.

Da un lato i registi che sono riusciti a lasciare il paese e continuano a lavorare, a essere premiati, a parlare. Dall’altro chi è rimasto — o è tornato — e paga un prezzo altissimo. Panahi appartiene a questa seconda categoria: un autore che ha vinto la Palme d’Or, l’Orso d’Oro a Berlino, il Leone d’Oro a Venezia, e che oggi si trova a subire non solo la detenzione ma anche la confisca di ciò che ha costruito.

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Rasoulof, dal palco del festival, ha scelto di non celebrare in silenzio. Ha trasformato il riconoscimento in un atto politico, usando il nome di Panahi come simbolo di una situazione che il mondo del cinema internazionale non può ignorare. È una scelta che molti artisti in esilio fanno, e che spesso rimane l’unico strumento disponibile: la visibilità come forma di pressione.

Il Kurosawa Akira Award e il suo significato in questo contesto

Il Kurosawa Akira Award porta il nome di uno dei registi più influenti della storia del cinema mondiale. Assegnarlo a Mohammad Rasoulof e O Mipo in questo momento specifico acquisisce una risonanza particolare: il festival di Tokyo non ha solo premiato due cineasti, ha offerto un palco internazionale a una voce che altrimenti faticherebbe a raggiungere l’attenzione globale con la stessa forza.

Il festival giapponese si conferma così come uno degli spazi in cui il cinema non è solo intrattenimento ma anche testimonianza. Un luogo dove le storie di repressione trovano ascolto e dove i premi diventano, almeno simbolicamente, atti di solidarietà.

Per chi segue il cinema iraniano da vicino, le parole di Rasoulof a Tokyo non sono una sorpresa, ma restano necessarie. La condanna di Jafar Panahi — cinque anni e un mese, beni confiscati, a 66 anni — è un fatto che merita di essere ricordato ogni volta che se ne ha l’occasione. Rasoulof lo ha fatto. Il resto spetta all’attenzione di chi guarda, legge e, soprattutto, sceglie quali voci amplificare. Puoi leggere il resoconto completo su IMDb News.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.