Secondo Jack Nicholson è lui il miglior attore di tutti i tempi
Jack Nicholson non ha mai nascosto la sua ammirazione per un grande protagonista di Hollywood. Una dichiarazione del 2004 rivela chi considera il miglior attore di sempre.
Anche per un attore leggendario come Jack Nicholson, scegliere il più grande interprete del cinema significa riconoscere un’influenza capace di attraversare generazioni e stili diversi.
Il suo giudizio, riportato da Rolling Stone nel 2004, non nasce da una semplice preferenza personale: riguarda una vera rivoluzione nella recitazione. A convincerlo sono stati soprattutto la naturalezza davanti alla macchina da presa e un incontro professionale che ha lasciato il segno. Le parole di Nicholson aiutano a capire perché quel nome sia rimasto un riferimento nella storia del cinema.
La dichiarazione a Rolling Stone: «Se non apprezzi Brando, non so come parlarti»
Jack Nicholson non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Marlon Brando. Anzi, l’ha detta in modo diretto, senza troppi giri di parole. In un’intervista a Rolling Stone nel 2004, l’attore di Shining e Qualcuno volò sul nido del cuculo fu chiarissimo: «Lo dico sul serio quando affermo che se non riesci ad apprezzare Brando, non saprei come parlarti».
Una frase netta, quasi una sentenza. Poi aggiunse che, tra attori, non c’era molto da discutere su chi fosse stato il più grande: per lui la risposta era una sola, Marlon Brando. Non era un complimento di circostanza. Era il riconoscimento di un modello.
Nicholson, nato nel New Jersey nel 1937 e vincitore di tre premi Oscar, ha costruito una carriera su personaggi estremi, fragili, spesso imprevedibili. Ma quando parlava di Brando, lo faceva con il rispetto riservato a un maestro.
Da Il selvaggio a Missouri: così Brando segnò Nicholson
Il primo colpo arrivò presto. Nicholson era ancora al liceo quando vide Il selvaggio, il film del 1953 diretto da László Benedek, con Brando nel ruolo di Johnny Strabler. Anni dopo avrebbe raccontato che quella visione gli cambiò il modo di guardare il cinema.
Non era solo la giacca di pelle, la moto, quell’aria da ribelle. C’era altro: il modo di stare in scena, le pause, gli sguardi. Brando sembrava non recitare. Ed era proprio quella la novità.

I due lavorarono insieme una sola volta, in Missouri, western del 1976 diretto da Arthur Penn. Per Nicholson fu l’occasione di osservare da vicino l’attore che considerava già un punto di riferimento. Non un incontro qualunque: da una parte una star ormai consacrata, dall’altra l’uomo che aveva aperto una strada prima di tutti. Sul set, secondo i racconti dell’epoca, Brando si muoveva con un metodo libero, a tratti spiazzante, poco incline alle regole. Nicholson guardava e assorbiva.
Il «Picasso del cinema»: la rivoluzione silenziosa di Marlon Brando
Nicholson ha paragonato Marlon Brando a Pablo Picasso, definendolo un artista capace di aprire e chiudere una rivoluzione tutta sua. Il paragone non era buttato lì. Come Picasso nella pittura, Brando avrebbe rotto le regole della recitazione classica, portando sullo schermo un corpo più nervoso, più umano, meno costruito.
Da Un tram che si chiama Desiderio a Fronte del porto, fino a Il padrino, il suo modo di recitare impose un nuovo standard: voce bassa, gesti minimi, emozioni trattenute e poi lasciate uscire di colpo.
Nicholson parlava di una “forza nella sua tranquillità”, un’energia che non aveva bisogno di essere mostrata a tutti i costi. Per questo, nel giudizio dell’attore americano, Brando resta più di un grande interprete: è uno dei passaggi decisivi del cinema moderno. E ancora oggi, quando si parla di miglior attore della storia del cinema, il suo nome torna sempre al centro.